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Daniela Righi — coach professionista Life & Business

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5–7 minuti

La sicurezza che aspetti potrebbe arrivare dopo

La sicurezza che aspetti prima di muoverti nasce dall’esperienza di aver già fatto. Alcune informazioni non sono disponibili stando fermi.

Per molti anni ho lavorato in un territorio che conoscevo molto bene.

Non significa che sapessi sempre cosa sarebbe successo. Ho preso decisioni difficili, gestito situazioni che non avevo mai incontrato prima, fatto errori. Ma conoscevo il contesto e avevo alle spalle anni di esperienza da cui attingere.

Quella sicurezza non era una caratteristica del mio carattere.

Era anche il risultato di anni passati a fare, sbagliare, correggere, decidere, vedere cosa succedeva dopo.

Me ne sono accorta davvero quando ho cambiato terreno.

Improvvisamente alcune cose che prima facevo quasi senza pensarci richiedevano molta più energia. Dovevo imparare linguaggi nuovi, capire dinamiche diverse, chiedere cose che in un altro contesto sarei stata io a spiegare.

E soprattutto non avevo ancora prove.

Potevo pensare di avere competenze trasferibili. Potevo studiare. Potevo costruire un progetto sensato sulla carta.

Ma tra pensare potrei essere capace di farlo e averlo fatto almeno una volta c'è una distanza che nessun ragionamento riesce a cancellare completamente.

Per un po' ho interpretato quella distanza come mancanza di sicurezza.

In parte lo era.

Solo che stavo facendo un confronto poco equo.

Da una parte mettevo qualcosa che avevo costruito in più di vent'anni. Dall'altra qualcosa che avevo appena cominciato.

E pretendevo di sentirmi allo stesso modo.

È un confronto che diventa particolarmente insidioso quando cambiamo dopo aver accumulato molta esperienza in un territorio.

Lì abbiamo già risolto problemi simili. Sappiamo come reagiamo sotto pressione. Abbiamo risultati alle spalle. Conosciamo persone da chiamare. Gli altri ci riconoscono una competenza e anche quel riconoscimento finisce per diventare una conferma.

Nel nuovo territorio tutto questo si riduce.

Non necessariamente perché siamo meno capaci.

Semplicemente perché una parte delle prove deve ancora essere costruita.

Eppure è proprio lì che spesso chiediamo a noi stessi di sentirci sicuri prima di cominciare.

Come se la sequenza naturale dovesse essere questa: prima capisco esattamente cosa voglio, poi mi sento abbastanza sicura, infine agisco.

Qualche volta funziona così.

Molte decisioni richiedono preparazione prima dell'azione. Ci sono scelte troppo costose, rischiose o difficili da invertire per essere trattate come esperimenti. Lasciare un lavoro, investire una parte importante dei propri risparmi, trasferire una famiglia, chiudere un'attività non sono prove da fare soltanto per vedere che effetto fanno.

Ma non tutte le azioni hanno quel peso.

Ed è una distinzione che ho imparato a vedere meglio proprio quando non avevo ancora una nuova direzione perfettamente definita.

Ci sono azioni che arrivano dopo una decisione.

E ce ne sono altre che servono a capire meglio quale decisione prendere.

Sembrano la stessa cosa, ma non lo sono.

Posso continuare a chiedermi se una competenza costruita in un settore funzionerebbe anche altrove. Oppure posso trovare un modo limitato per usarla in un contesto diverso e vedere cosa succede.

In questi casi l'azione non serve ancora a dimostrare che abbiamo scelto.

Serve a produrre informazioni che prima non avevamo.

E alcune di quelle informazioni non sono disponibili stando fermi.

Puoi scoprire soltanto entrando in contatto con un lavoro che una parte che immaginavi interessante ti annoia terribilmente.

Oppure puoi essere convinta di non avere abbastanza esperienza e accorgerti, in una situazione reale, che una competenza maturata altrove funziona molto meglio di quanto pensassi.

Può succedere anche il contrario: un'idea che da lontano sembrava perfetta, una volta portata nella realtà, può non interessarti abbastanza da sostenere la fatica che richiede.

Anche questa è informazione.

Forse è qui che il movimento acquista un significato diverso.

Non è soltanto il passaggio che viene dopo la chiarezza.

A volte è uno dei modi con cui la chiarezza si costruisce.

Lo stesso vale per la sicurezza.

Prima di fare qualcosa per la prima volta, puoi prepararti, immaginare come andrà, persino sapere di avere le competenze necessarie.

Ma ti manca ancora una cosa: l'esperienza di averlo già fatto.

Dopo, quella prova esiste.

Non significa che ti sentirai improvvisamente sicura. Significa che alla domanda sono capace di farlo? non risponderai più soltanto attraverso un'ipotesi.

Avrai qualcosa di reale a cui appoggiarti.

Poi magari arriverà una seconda esperienza. Qualcosa funzionerà. Qualcosa no. Alcune convinzioni diventeranno più solide, altre cadranno.

Ed è molto diverso dall'aspettare che la sicurezza compaia prima di averle dato qualcosa su cui appoggiarsi.

Questo non rende l'azione sempre preferibile all'attesa.

Ci sono momenti in cui fermarsi, prepararsi o raccogliere altre informazioni è esattamente ciò che serve. E ci sono rischi che non ha alcun senso assumere solo per sentirsi in movimento.

La differenza sta forse in ciò che stiamo chiedendo all'attesa.

Se stiamo aspettando un'informazione che possiamo realmente ottenere prima di agire, aspettare può migliorare la scelta.

Se invece stiamo aspettando di sapere come ci sentiremo facendo qualcosa che non abbiamo ancora fatto, o di avere la sicurezza che normalmente nasce dall'esperienza, potremmo stare chiedendo al pensiero di produrre una prova che solo la realtà può darci.

Per me questa differenza è diventata importante.

Quando ho cambiato direzione avrei voluto avere, molto prima, la stessa sicurezza che avevo nel lavoro che conoscevo.

Non potevo.

Quella sicurezza aveva una storia dietro. Non era arrivata prima dei vent'anni di esperienza. Era stata costruita anche da quei vent'anni.

Nel nuovo non potevo portare con me tutte le prove.

Potevo però cominciare a costruirne altre.

Non con una grande decisione capace di dimostrare che avevo finalmente trovato la strada giusta.

Con esperienze abbastanza reali da restituirmi qualcosa che il ragionamento, da solo, non poteva darmi.

Un risultato.

Una reazione.

Un errore.

La scoperta che qualcosa mi riusciva.

O che non mi interessava affatto quanto avevo immaginato.

Sono informazioni molto meno spettacolari di una grande rivelazione.

Ma hanno un vantaggio.

Arrivano dalla realtà.

E forse una parte della sicurezza che aspettiamo prima di muoverci non è qualcosa che dobbiamo trovare.

È qualcosa che non abbiamo ancora avuto l'occasione di costruire.

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Scrivo di cambiamento: quello che scegliamo, quello che arriva senza essere invitato e quello che accade mentre cerchiamo di capire cosa farne.

Lavoro, scelte, leadership, identità. E ciò che cambia dentro e fuori di noi.

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