Arriva una mail con una richiesta che conosci bene.
Non devi nemmeno leggerla due volte per capire cosa serve. Sai già quanto tempo ci vorrà, quali saranno i punti difficili e probabilmente anche come andrà a finire.
È una di quelle cose che sai fare bene.
Molto bene.
Forse è proprio per questo che hanno chiamato te.
Qualche anno fa una richiesta così ti avrebbe fatto piacere. Essere cercata per qualcosa che sai fare ha un effetto preciso: significa che qualcuno si fida, che quello che hai fatto negli anni ha costruito credibilità, che il tuo nome è diventato una risposta possibile a un problema.
Anche oggi una parte di te lo riconosce.
Solo che, insieme alla soddisfazione, arriva un pensiero meno comodo.
Non ho più voglia di farlo.
Non perché tu non ne sia più capace. E non è successo niente che renda quella reazione particolarmente facile da spiegare.
È proprio questo che complica le cose.
Se i risultati avessero cominciato a peggiorare, forse sarebbe più semplice. Se nessuno ti cercasse più, se il mercato avesse già deciso al posto tuo che quella fase è finita, avresti almeno qualcosa di evidente a cui attribuire la necessità di cambiare.
Invece no.
Sei ancora brava.
E gli altri continuano ad accorgersene.
Così arriva un'altra richiesta. Poi qualcuno ti presenta a una persona che “avrebbe proprio bisogno di una come te”. Un progetto va bene e ne genera uno simile. Quello che hai costruito negli anni fa esattamente ciò che dovrebbe fare: produce altre occasioni.
Il successo, da questo punto di vista, funziona benissimo.
Tende a riportarti proprio verso ciò per cui sei già riconosciuta.
Forse è una delle ragioni per cui è così difficile mettere in discussione qualcosa che sappiamo fare bene.
La competenza non resta ferma dentro di noi. Produce conseguenze.
Ci rende affidabili, riduce il rischio per chi ci sceglie. E fa sì che, quando qualcuno pensa a un certo problema, pensi a noi.
E più succede, più diventa probabile che la prossima opportunità assomigli alla precedente.
Non c'è niente di sbagliato.
È esattamente il modo in cui si costruisce una carriera.
Solo che una carriera costruita bene può continuare a indicare una direzione anche quando chi l'ha costruita ha cominciato a guardare altrove.
Essere bravi e voler continuare sono due cose che per molto tempo possono andare perfettamente insieme.
Poi, qualche volta, si separano.
Ed è lì che entra una terza cosa, molto meno visibile.
Il costo di smettere.
Perché quando hai investito anni in qualcosa non rimane soltanto la competenza. Intorno a quella competenza si sono costruiti una reputazione, relazioni, reddito, velocità, credibilità. Hai imparato a muoverti in quel terreno con una facilità che all'inizio non avevi.
Quindi può succedere che tu non voglia più davvero continuare nella stessa direzione e, contemporaneamente, sappia ancora farlo molto bene e abbia parecchie ragioni concrete per non lasciarla.
Sono tre cose diverse.
Solo che, finché puntano tutte nello stesso verso, sembrano una sola.
Il problema comincia quando smettono di coincidere.
Dall'esterno, però, questa separazione non si vede.
Gli altri vedono ciò che hai dimostrato.
Vedono gli anni di esperienza, i risultati, le cose che sai risolvere velocemente, la tranquillità con cui affronti problemi che per qualcun altro sarebbero complicati.
Ed è ragionevole che continuino a chiederti proprio quello.
Anche il mercato funziona così. Non ti propone spontaneamente ciò che non hai ancora dimostrato di saper fare. Tende a restituirti opportunità coerenti con quelle che hai già costruito.
Più diventi riconoscibile per qualcosa, più quel qualcosa torna.
A quel punto restare non è necessariamente mancanza di coraggio.
Può essere semplicemente molto conveniente.
Hai una competenza che vale. Una reputazione che ha richiesto anni. Magari una posizione, uno stipendio, clienti, relazioni, responsabilità.
Dall'altra parte c'è qualcosa di molto meno definito.
E spesso anche la possibilità, poco seducente, di tornare a non sapere tutto.
Dopo anni passati a diventare veloci, sicuri, riconosciuti, non è così strano preferire un terreno sul quale sappiamo già muoverci.
Soprattutto perché cambiare direzione non garantisce affatto che quella nuova sia migliore.
Potrebbe non esserlo.
Potrebbe pagare meno.
Potremmo scoprire che ciò che immaginavamo da lontano non ci piace così tanto una volta arrivati.
E alcune responsabilità rendono semplicemente impossibile permettersi certi esperimenti.
Per questo raccontare queste situazioni come una lotta tra coraggio e paura è troppo facile.
A volte restare è una scelta sensata.
Il punto interessante è capire che il fatto che qualcosa continui a premiarci contiene più di un'informazione.
Dice che siamo diventati bravi. Che ciò che abbiamo costruito continua ad avere valore.
Ma non dice, da solo, se vogliamo ancora andare nella stessa direzione.
E soprattutto non dice quanto ci costerebbe smettere di farlo.
Per molto tempo queste tre cose possono coincidere: quello che vogliamo, quello che sappiamo fare bene e quello che abbiamo costruito facendolo.
Quando cominciano a separarsi, il fatto di essere ancora cercati e riconosciuti può confondere più di quanto chiarisca.
La mail, intanto, è ancora lì.
Sai già che potresti rispondere di sì.
Sai che faresti un buon lavoro.
Probabilmente è anche per questo che te l'hanno mandata.
Non c'è nessun fallimento da cui scappare e nessuna porta che si è chiusa.
Al contrario.
La porta è ancora perfettamente aperta.
Ed è proprio questo che complica la scelta.
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Scrivo di cambiamento: quello che scegliamo, quello che arriva senza essere invitato e quello che accade mentre cerchiamo di capire cosa farne.
Lavoro, scelte, leadership, identità. E ciò che cambia dentro e fuori di noi.
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