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Daniela Righi — coach professionista Life & Business

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8–10 minuti

Cambiare vita a 50 anni non significa ricominciare da zero

A cinquant’anni non si riparte da zero: si riparte da lì. Cosa significa cambiare quando hai già costruito molto, e che cosa ti costa lasciare.

persona che guarda l'orizzonte , braccia aperte

Ero quella che risolveva.

Per molti anni è stata una parte importante del mio lavoro e, senza che me ne accorgessi davvero, anche del modo in cui mi vedevo.

Gestivo aziende, persone, trattative, numeri, problemi. Se qualcosa si complicava, cercavo una soluzione. Se c'era una crisi, entravo ancora più nel dettaglio. Più aumentavano le responsabilità, più diventavo brava a reggerle.

Da fuori funzionava, e per molto tempo aveva funzionato anche da dentro.

È importante dirlo, perché quando raccontiamo un cambiamento dopo che è avvenuto abbiamo la tentazione di sistemare anche il passato. Di trovare i segnali che avevamo ignorato, gli errori che avremmo dovuto vedere, le ragioni per cui quella vita non poteva più andare bene.

La mia, invece, per molti anni mi era andata bene davvero.

L'avevo scelta. Avevo costruito aziende, lavorato con persone che stimavo, affrontato situazioni difficili, avuto soddisfazioni enormi. Mi piaceva decidere, progettare, vedere i risultati. Non ho bisogno di trasformare tutto questo in un errore per spiegare quello che è successo dopo.

A un certo punto, però, qualcosa aveva cominciato a cambiare.

Non avevo più lo stesso entusiasmo. Il corpo aveva iniziato a mandarmi segnali che io continuavo a trattare come inconvenienti da gestire. Ero molto allenata a farlo: quando sei abituata a risolvere problemi, puoi diventare sorprendentemente brava anche a risolvere te stessa quel tanto che basta per continuare.

Rispondevo ai messaggi a tutte le ore. Mandavo mail alle cinque del mattino dal letto. Mio figlio mi parlava e io lo ascoltavo mentre una parte della mia testa continuava a pensare all'occupazione da spingere, a un report da mandare, a qualcosa che avrei dovuto sistemare il giorno dopo.

Ero lì, ma non ero sempre completamente lì.

La cosa strana è che tutto questo può convivere molto bene con la competenza. Puoi essere stanca e continuare a prendere buone decisioni. Puoi avere perso entusiasmo e continuare a ottenere risultati. Puoi sentire che qualcosa non ti corrisponde più come prima e, contemporaneamente, essere ancora perfettamente capace di farlo.

Forse è anche per questo che certi cambiamenti arrivano tardi. Non c'è necessariamente qualcosa che si rompe abbastanza da obbligarti a fermarti.

Nel mio caso c'è stato un momento in cui non sono più riuscita a trattare quello che sentivo come un altro problema da mettere in ordine e poi tornare al lavoro. Non è stata la scoperta improvvisa di una vita migliore. Non sapevo ancora quale sarebbe stata.

Sapevo che quella che avevo costruito non mi risuonava più nello stesso modo.

A cinquant'anni, però, cambiare ha una caratteristica di cui si parla poco: non parti da zero.

Ed è contemporaneamente una fortuna e una complicazione enorme.

Non parti da zero perché hai esperienza, competenze, relazioni, una storia. Hai sbagliato abbastanza volte da riconoscere alcuni errori prima di rifarli. Sai fare cose che a trent'anni non sapevi nemmeno di dover imparare.

Ma non parti da zero anche per un'altra ragione: hai molto da lasciare.

Non necessariamente cose che odi. Puoi dover lasciare qualcosa che hai amato, che hai voluto e che per anni ti ha dato un posto preciso nel mondo. Una parte della tua sicurezza economica. Abitudini. Relazioni. Una reputazione costruita lentamente. Il modo in cui gli altri ti riconoscono.

E anche il modo in cui ti riconosci tu.

Quando sono uscita dall'azienda non mi sono sentita improvvisamente libera e pronta per la mia nuova vita.

Mi sono sentita persa.

Per anni il mio ruolo e una parte consistente della mia identità erano stati molto vicini. Poi il ruolo non c'era più e la nuova risposta non era pronta ad aspettarmi.

Chi ero senza tutto quello?

Cosa mi piaceva davvero, quando non c'era un obiettivo aziendale a decidere dove mettere tempo ed energia?

Quali persone appartenevano alla mia vita e quali alla vita che avevo costruito intorno al lavoro?

Quest'ultima domanda, soprattutto, non è stata teorica.

Quando ricopri per molto tempo un ruolo di responsabilità sei al centro di una quantità enorme di relazioni. Il telefono suona. Arrivano messaggi. Qualcuno vuole un'opinione, una decisione, un'introduzione, una soluzione. Ti invitano, ti cercano. Hai la sensazione di avere intorno una rete molto grande.

Una parte di quella rete è reale e rimane. Un'altra cambia insieme al ruolo.

Non necessariamente perché le persone fossero false prima. Alcune relazioni esistono perché esiste un contesto comune, e quando quel contesto finisce semplicemente perdono la loro ragione quotidiana di esistere.

Altre volte la scoperta è meno elegante.

Ti accorgi che qualcuno cercava molto più quello che potevi fare, decidere o rappresentare che la persona che pensavi stesse cercando.

Fa male, ma non serve trasformarlo in cinismo. E neppure fingere che non succeda.

Quando hai passato anni a essere cercata, il silenzio successivo può essere sorprendente. E non riguarda soltanto gli altri. Ti costringe a fare i conti con quanto di quel rumore fosse entrato anche nella percezione che avevi di te stessa.

È una parte del cambiamento che nelle storie raccontiamo poco.

Vediamo chi lascia un'azienda e apre una nuova attività. Chi cambia mestiere. Chi finalmente fa ciò che ama. Vediamo il nuovo progetto, la fotografia del primo giorno, il libro pubblicato, la nuova qualifica sotto il nome.

È molto più difficile vedere quello che accade in mezzo.

Quando ciò che eri non ti basta più per definirti e ciò che sarai non ha ancora una forma abbastanza solida. Quando alcune persone non ci sono più e altre rimangono, facendoti scoprire quanto valgono. Quando hai giornate in cui sei convinta di aver fatto la scelta giusta e altre in cui ti chiedi che cosa ti sia saltato in mente.

Puoi sentire la mancanza di qualcosa che non vuoi indietro.

Questa è stata una delle cose più difficili da capire.

Pensavo che essere certa di non volere più quella vita avrebbe reso semplice lasciarla. Invece una decisione può essere giusta per te e avere comunque un costo. Puoi sapere perché sei andata via e sentire nostalgia per una parte di ciò che hai lasciato. Puoi desiderare il nuovo e soffrire per il vecchio.

Non c'è necessariamente una contraddizione. C'è una perdita, e le perdite non riguardano soltanto le cose brutte.

A volte perdiamo anche parti belle di una vita che, nel suo insieme, non vogliamo più vivere nello stesso modo.

Credo che questo sia uno degli aspetti meno raccontati del cambiare quando hai già costruito molto: per fare spazio a qualcosa di diverso devi lasciare andare anche pezzi di te che non avevano niente di sbagliato.

Quello che ero stata non andava cancellato. Molte delle cose che so fare oggi vengono proprio da quella parte della mia vita, comprese alcune che oggi voglio usare in modo diverso. Dovevo capire quanto spazio avrebbero avuto in ciò che sarebbe venuto dopo.

E la risposta non è arrivata subito.

Quando sei abituata a progettare, l'istinto è fare quello che hai sempre fatto bene: guardare avanti, costruire scenari, definire obiettivi, trovare una strada.

Solo che questa volta una delle variabili che stai cercando di capire sei tu.

Non stai progettando soltanto cosa fare. Stai cercando di capire con quali criteri vuoi scegliere quello che viene dopo.

Per me sono arrivate domande che per anni avevo potuto rimandare perché c'era sempre qualcosa di più urgente. Ho incontrato qualcuno che ha cominciato a farmene alcune che non potevo risolvere con un foglio Excel. Ho iniziato a scrivere, non perché sapessi già dove sarei arrivata, ma perché mettere le cose sulla carta mi permetteva di vederle quando nella testa continuavano a sovrapporsi.

Da quel periodo è nato anche un libro.

Potrei raccontarla così: ho cambiato, ho scritto, ho trovato una nuova direzione. Ma la realtà è stata meno ordinata.

Cambiare non ha cancellato i dubbi. Non ha fatto rimanere tutte le persone che pensavo sarebbero rimaste. Non ha trasformato automaticamente l'esperienza precedente in qualcosa di immediatamente utile per ciò che volevo costruire dopo.

E non ha fatto sparire la solitudine di alcuni momenti.

Ha però cambiato una cosa importante: il criterio con cui guardavo quello che stavo costruendo.

Per molti anni ero stata molto brava a chiedermi se qualcosa avrebbe funzionato.

Ho dovuto cominciare a considerare anche quanto mi sarebbe costato farlo funzionare.

Non solo economicamente.

Tempo, presenza, energia, relazioni. Il modo in cui volevo stare con mio figlio. La possibilità di avere una vita nella quale il lavoro fosse ancora importante senza occupare automaticamente tutto lo spazio disponibile.

Non sono diventate irrilevanti l'ambizione, la crescita o i risultati.

È cambiata la bilancia.

E forse è questa la cosa che oggi mi interessa di più quando sento parlare di cambiare vita a cinquanta, cinquantacinque o sessant'anni.

Non la retorica del “non è mai troppo tardi”. Certo che non è troppo tardi. Ma questa è la parte facile da dire.

La parte difficile è che quando cambi dopo aver costruito molto non scegli soltanto quello che vuoi diventare. Devi fare i conti con ciò che vuoi conservare, con quello che perderai comunque e con ciò che pensavi sarebbe rimasto e invece se ne andrà insieme alla vita precedente.

Ci saranno cose che ti mancheranno.

Persone che ti sorprenderanno, in entrambe le direzioni.

Momenti in cui quello che stai costruendo sembrerà minuscolo rispetto a ciò che avevi. E giorni in cui guarderai una vita che da fuori appare meno definita e saprai che, nonostante tutto, ti somiglia di più.

Non so se cambiare vita sia la definizione giusta.

La mia vita non è ricominciata quando ho lasciato l'azienda.

C'era già tutta.

Quella che avevo costruito, quella che avevo amato, quella che a un certo punto mi era diventata stretta. Le persone rimaste e quelle perse. Le competenze, gli errori, mio figlio, le scelte di cui sono orgogliosa e quelle che oggi farei diversamente.

Non sono ripartita da zero.

Sono ripartita da lì.

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Scrivo di cambiamento: quello che scegliamo, quello che arriva senza essere invitato e quello che accade mentre cerchiamo di capire cosa farne.

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