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Daniela Righi — coach professionista Life & Business

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5–7 minuti

Te ne accorgi quando non ti fa più lo stesso effetto

Quando ciò che prima ti accendeva non ti fa più lo stesso effetto, non è ancora una decisione. È il segnale che il peso delle tue priorità è cambiato.

Una donna davanti a un bivio fra due cartelli, «ieri» e «oggi»: da un lato un telefono pieno di messaggi, dall'altro una pila di libri con scritto lavoro, libertà, sicurezza, me stessa

Ci sono cose che per anni hanno avuto un effetto molto preciso su di noi.

Una telefonata importante. Un nuovo progetto. Una proposta che significava crescita. Qualcuno che riconosceva il lavoro fatto. Una possibilità più grande della precedente.

Sapevi cosa provavi ancora prima di pensarci.

Poi, a un certo punto, arriva una cosa molto simile e la reazione non è più la stessa.

Non necessariamente negativa. Semplicemente diversa.

All'inizio è facile non darle troppo peso. Può essere una giornata storta. Stanchezza. Un momento in cui hai altro per la testa. E qualche volta è esattamente così.

Il punto è quando non succede una volta sola.

Quando cominci ad accorgerti che cose che prima ti accendevano continuano a sembrarti importanti, ma non abbastanza da occupare lo stesso spazio.

È una differenza sottile, perché dall'esterno potrebbe non essere cambiato niente.

Il lavoro può essere ancora interessante. La posizione prestigiosa. Il progetto oggettivamente bello. Le persone possono continuare a considerarlo un passo avanti.

E tu puoi riconoscere tutto questo senza sentire più la stessa spinta.

Quando succede, viene spontaneo cercare una spiegazione nella cosa che abbiamo davanti.

Forse questo progetto non è abbastanza interessante.
Forse questa proposta non è quella giusta.
Forse sono semplicemente stanca.

A volte è così.

Ma c'è anche un'altra possibilità: che non sia cambiato soltanto ciò che stiamo guardando. Che sia cambiato il peso con cui lo valutiamo.

Per molto tempo alcune cose possono stare molto in alto nella nostra gerarchia senza che abbiamo bisogno di nominarle ogni mattina.

Crescere. Guadagnare di più. Avere responsabilità. Essere riconosciuti. Costruire qualcosa di importante.

Non è necessario che smettano di contare perché qualcosa cambi.

Può semplicemente succedere che altre cose acquistino più peso.

Il tempo. La libertà. La salute. Le relazioni. La possibilità di scegliere come usare le proprie giornate. O qualcosa che dieci anni prima esisteva già, ma non abbastanza da competere davvero con tutto il resto.

Ed è qui che il cambiamento diventa difficile da leggere.

Perché siamo abituati a pensare che, se qualcosa era importante e continua a esserlo, dovrebbe continuare a produrre più o meno le stesse scelte.

Ma una cosa può valere ancora otto, mentre un'altra che valeva tre adesso vale nove.

La prima non ha smesso di essere vera solo perché oggi pesa diversamente. Quello che abbiamo voluto allora può essere stato esattamente ciò che volevamo. Il fatto che oggi desideriamo altro non lo rende meno reale.

È cambiata la relazione tra le cose.

Ed è sufficiente perché una situazione apparentemente identica cominci a produrre una risposta diversa.

Per molto tempo, nella mia vita professionale, crescere aveva un significato abbastanza chiaro. Più responsabilità, più complessità, problemi più grandi da risolvere, obiettivi più ambiziosi.

Mi piaceva.

Non ho bisogno di raccontarmi oggi una storia diversa per spiegare quello che è successo dopo.

A un certo punto, però, alcune delle cose che avevo sempre associato alla crescita hanno cominciato a produrre in me una reazione diversa. Continuavo a saperle fare. Continuavo a riconoscerne il valore. Probabilmente avrei potuto continuare ancora a lungo.

Ma non mi facevano più lo stesso effetto.

Per un po' ho cercato la spiegazione nel lavoro.

Solo dopo ho capito che il lavoro era una parte della risposta, ma non tutta.

Nel frattempo erano cambiate altre cose.

Il valore che attribuivo al mio tempo. Il modo in cui guardavo alla salute. Quanto ero disposta a lasciare che il lavoro occupasse il resto. Il significato stesso che davo alla parola crescita.

Niente di tutto questo produceva automaticamente una nuova direzione.

Ed è forse questa la parte più difficile da accettare: accorgerti che qualcosa non ti fa più lo stesso effetto non ti dice ancora cosa vuoi.

Non ti consegna una decisione. Non trasforma un'intuizione in un piano.

Puoi sapere con una certa chiarezza che una cosa ha perso peso e non avere ancora la minima idea di che cosa ne abbia acquistato abbastanza da costruirci sopra qualcosa.

C'è del tempo che separa le due cose.

Ed è un tempo facile da riempire cercando risposte troppo velocemente, oppure facendo l'opposto: continuando a comportarsi come se quella prima informazione non fosse mai arrivata.

Tra interpretare ogni oscillazione e ignorare ciò che continua a ripetersi, però, c'è uno spazio che vale la pena osservare.

Se la stessa distanza torna. Se quello che prima ci entusiasmava continua a lasciarci più distanti. Se alcune priorità cominciano a presentarsi con una costanza che prima non avevano, forse non abbiamo ancora una risposta.

Abbiamo però un'informazione.

E quell'informazione ha una conseguenza molto concreta.

Perché prima o poi arriverà un'altra proposta.

Un progetto. Una promozione. Un incarico. Un obiettivo. Qualcosa che, qualche anno prima, avremmo riconosciuto immediatamente come un'opportunità.

Da fuori potrebbe assomigliare moltissimo a ciò che abbiamo sempre desiderato.

È lì che il cambiamento diventa visibile.

Non necessariamente nella risposta che daremo.

Nel modo in cui cominceremo a valutarla.

Se il tempo oggi pesa più di prima, una promozione non significa più soltanto crescita.

Se la libertà ha acquistato peso, un incarico importante non si misura più soltanto attraverso prestigio, responsabilità o denaro.

Se la salute, una relazione o un progetto personale hanno cambiato posizione nella nostra gerarchia, entrano nella valutazione anche se per anni erano rimasti sullo sfondo.

La stessa opportunità può quindi essere ancora ottima.

Solo che la domanda a cui deve rispondere non è più la stessa.

Questo non significa rifiutarla.

Significa riconoscere che valutarla automaticamente con i criteri di cinque o dieci anni prima vorrebbe dire prendere una decisione nuova usando una misura che potrebbe non essere più la nostra.

Forse è questo che possiamo farcene, di quella prima sensazione apparentemente insignificante.

Non usarla per decidere troppo presto.

Ma neppure archiviarla soltanto perché non sappiamo ancora dove porta.

Lasciarle fare il lavoro che può fare: mostrarci che qualcosa, nel modo in cui pesiamo le cose, è cambiato.

Il resto viene dopo.

Ma ciò che viene dopo va valutato con occhi nuovi: quelli della persona che siamo oggi, non soltanto con i criteri che ci hanno portato fin qui.

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Scrivo di cambiamento: quello che scegliamo, quello che arriva senza essere invitato e quello che accade mentre cerchiamo di capire cosa farne.

Lavoro, scelte, leadership, identità. E ciò che cambia dentro e fuori di noi.

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